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LAMPADA ALOGENA. Piccola e potente lampada a filamento di tungsteno. L’ampolla allungata (in quarzo) contiene tracce di un gas alogeno (iodio, sodio) che, al momento dell’accensione, si combina con le tracce di tungsteno depositate all’interno dell’ampolla formando ioduro di tungsteno il quale, a contatto del filamento incandescente, si decompone in tungsteno. Questo ciclo impedisce, da una parte, il deposito di tungsteno all’interno dell’ampolla che resta perfettamente trasparente e, dall’altro, ricostituisce il filamento stesso la cui durata risulta doppia di uno normale. Per questo motivo le lampade al quarzo-iodio mantengono sempre costante la temperatura di colore (3200 K) e l’intensità. Sono disponibili da 250 a 1000W.
LAMPADA FLASH. Usata fino agli anni Cinquanta, è stata uno dei simboli del fotogiornalismo. Disponibili con vari innesti, erano costituite da un bulbo in vetro nel quale un lungo filamento di alluminio ricoperto di un innesco esplosivo in un’atmosfera di ossigeno a bassa pressione veniva fatto bruciare con elevatissimo potere illuminante, chiudendo un circuito elettrico alimentato da una pila. A seconda della curva di scarica, le lampade lampo possono essere di tipo M (medio), S (a lunga combustione) o FP (focal plane) adatte a sincronizzare con tutti i tempi degli otturatori a tendina.
LAMPADA PHOTOFLOOD. Lampada ad alto voltaggio con riflettore incorporato. Temperatura di colore 3400 K.
LAMPADA PILOTA. Abbinata alle torce dei flash professionali da studio consente di previsualizzare con buona approssimazione, grazie alla luce continua che forniscono, l’effetto finale della luce lampo.
LAMPADA SURVOLTATA. Utilizzando una lampada ad un voltaggio superiore si ottiene un sostanziale incremento del potere illuminante. Le lampade survoltate, proprio per questo, hanno però una durata di poche ore. Sono state sostituite dai sistemi di illuminazione a luce fredda.
LAMPEGGIATORE ELETTRONICO. Vedi flash.
LASER (Light Amplification by the Stimulated Emission of Radiation). Dispositivo ottico capace di emettere radiazioni luminose monocromatiche di tipo coerente. Il suo funzionamento si basa sull’enunciazione di Albert Einstein (1917) dell’emissione stimolata. Tra i vari impieghi è ormai ampiamente utilizzato nelle fotocopiatrici e nelle stampanti digitali laser.
LASTRA. Supporto in vetro per emulsioni sensibili utilizzato fino agli anni Sessanta e superato dai supporti in triacetato di cellulosa o poliestere. Alcune emulsioni speciali sono ancora offerte su lastra che assicura la massima planeità dello strato sensibile.
LATENSIFICAZIONE. Antiquata tecnica per incrementare la sensibilità delle pellicole bianconero. Dopo l’esposizione la pellicola viene esposta per una o due ore in camera oscura alla luce di una lampada di sicurezza verde scuro da 15 watt. La seconda azione della luce produce un aumento della densità e del contrasto che si traducono in un aumento di sensibilità. E’ possibile anche la latensificazione in via chimica.
LATITUDINE. Scarto possibile rispetto alla norma. Può essere riferita alla messa a fuoco, all’esposizione, allo sviluppo, alla temperatura.
LATITUDINE DI POSA. Con questo termine si indica (in valori di diaframma) la capacità più o meno estesa di una pellicola o di un sensore di sopportare sovra o sottoesposizioni continuando a fornire risultati accettabili.
LAYOUT. Bozzetto o disegno che mostra le dimensioni proposte e l’aspetto generale di un progetto grafico. Tipicamente esso mostra dove tutti gli elementi andranno disposti e i loro rapporti reciproci.
LCD. Vedi cristalli liquidi.
LED (Light-Emitting Diode). Semiconduttore (diodo) che emette una luce nella zona infrarossa quando attraversato da corrente. A seconda del tipo può emettere luce rossa, verde o arancione. Utilizzato per realizzare piccoli segnali alfanumerici o spie luminose di piccole dimensioni, è ultimamente adottato anche nelle torce elettriche e per le luci dei semafori.
LENTE. Elemento in vetro lavorato di forma circolare che modifica il percorso rettilineo dei raggi di luce. Le lenti convergenti (concave o positive), concentrano i raggi verso lo stesso punto sul proprio asse. Le lenti divergenti (convesse o negative) fanno divergere verso infiniti punti i raggi come se essi provenissero dallo stesso punto posto davanti alla lente. Si distinguono diversi tipi di lente: piano-convessa (una delle due superfici e piana), piano-concava, bi-convessa, bi-concava e concavo-convessa. La combinazione di queste lenti fondamentali e di tipi di vetro ottico ha consentito la realizzazione di migliaia di sistemi ottici (obiettivi) diversi.
LENTE ADDIZIONALE. Elemento aggiuntivo ottico positivo. Applicata davanti ad un obiettivo, consente di ridurre la sua distanza minima di messa a fuoco consentendo la ripresa a distanza molto più ravvicinata. Il campo di utilizzazione (zona nella quale è possibile mettere a fuoco) risulta però limitato alle brevi distanze.
LENTE ASFERICA. Lente caratterizzata da una o anche due superfici non sferiche. Usando queste lenti per realizzare obiettivi si riesce a minimizzare le aberrazioni sferica, cromatica e l’astigmatismo. La loro produzione richiede tecniche particolari assai delicate e quindi il loro costo è solito elevato e fa lievitare quello degli obiettivi. Lenti asferiche composite vengono realizzate per stampaggio di uno strato polimerico sulla superficie di una lente sferica. Le lenti asferiche sono adottate principalmente sugli obiettivi grandangolari e negli zoom.
LENTE DI FRESNEL. In vetro o plastica, questa particolare lente è un condensatore molto compatto e leggero nel quale i cerchi concentrici tagliati in modo di risultare ciascuno la sezione di una superficie convessa offrono lo stesso effetto di una lente condensatrice convenzionale e per questo è usata nelle lampade spot. Utile anche a diffondere la luce, il principio della lente di Fresnel viene utilizzato negli schermi di messa a fuoco delle fotocamere reflex e grande formato.
LENTI ALLA FLUORITE. Vedi fluorite.
LENTI FLOATING. Tutti gli obiettivi sono progettati per fornire il massimo della resa per una certa distanza di ripresa per cui alle altre distanze il controllo delle aberrazioni risulta ridotto. Per mantenere la migliore resa soprattutto alle brevi distanze, in alcuni obiettivi è inserito un meccanismo che modifica la distanza fra alcune delle lenti o gruppi ottici di cui è composto per ottimizzare il risultato a prescindere dalla ridotta distanza di messa a fuoco.
LENTI, PRODUZIONE. Dopo aver prodotto il vetro ottico per fusione, si procede al taglio del materiale in blocchetti del diametro e dello spessore richiesti. I blocchi vengono lavorati in una macchina levigatrice che produce una prima curvatura grezza. Questi sbozzi vengono poi riscaldati in forni speciali e quindi pressati per ottenere una forma prossima a quella finale che viene raggiunta con la lucidatura grazie grazie ad una cupola rotante. La lente lucidata passa poi al centraggio (l’asse ottico deve passare effettivamente per il suo centro della lente). Una volta rifinita, la lente subisce uno o più trattamenti superficiali (vedi multicoating) per la riduzione dei riflessi e l’ottimizzazione della resa cromatica.
LETTORE DI SCHEDE. Dispositivo per leggere le schede di memoria e scaricarle nel computer. Utile per evitare di collegare la fotocamera digitale al computer. La maggior parte dei lettori si collegano tramite una porta USB o Firewire. Alcuni accettano solo un tipo di scheda, altri invece ne accettano diversi.
LETTURA. Termine usato nel gergo fotografico per indicare la misurazione effettuata dall’esposimetro.
LIMBO. Grande fondale continuo da studio chiuso da tre lati, generalmente costituito dalle pareti dello stesso studio unite al pavimento da una curvatura morbida ed ampia che fornisce un effetto senza soluzione di continuità. Il limbo ha la prerogativa di apparire invisibile per la mancanza di angoli. Con luce diffusa consente di ottenere l’effetto di far “galleggiare” gli oggetti.
LINEE PER MILLIMETRO. Valore che rappresenta il potere risolvente di un obiettivo sottoposto a test. La misurazione viene effettuata osservando al microscopio un negativo ottenuto riprendendo con l’obiettivo in esame una speciale mira ottica ad una determinata distanza. La capacità di separare coppie di linee bianche e nere sempre più sottili della mira ottica consente di individuare il numero di linee per millimetro che un obiettivo (o anche una pellicola) è in grado di separare. Più alto il numero delle linee separate, maggiore è il potere risolvente dell’obiettivo.
LIVELLA A BOLLA. E’ montata su alcuni apparecchi fotografici di grande formato o treppiedi. La sua funzione è quella di facilitare il perfetto posizionamento orizzontale dell’apparecchio di ripresa.
LIVELLO. Parte trasparente e separata di un’immagine digitale sulla quale si può dipingere, che può essere manipolata o incollata senza influire necessariamente sui pixel sottostanti. I Livelli di Regolazione sono un tipo di livello modificato. Anche questi sono trasparenti, ma sono usati per applicare colore, contrasto e altre modifiche (non distruttive) ai livelli sottostanti. Dato che ogni modifica viene applicata ad un livello separato, il fotografo può facilmente eliminare gli effetti indesiderati o ritornare ai livelli precedenti.
LIVELLO UNICO. Nel programma di fotoelaborazione, elimina i singoli livelli unendoli nel livello sfondo.
LOCATION. Il luogo, al di fuori dello studio, dove si effettuano riprese fotografiche professionali.
LOG. Logaritmo. In fotografia si utilizzano normalmente logaritmi in base 10.
LOW KEY. Un’immagine in bianconero viene definita low-key (in chiave bassa) quando risulta spostata sulle basse luci grazie ad una particolare illuminazione in ripresa o ad una stampa che mette in risalto soprattutto i toni scuri della scala tonale.
LUCE AL TUNGSTENO. Luce emessa dalle normali lampadine quando il filamento di tungsteno viene attraversato da una corrente elettrica. Questo tipo di illuminazione è detto anche ad incandescenza. La sua temperatura di colore varia tra i 2000 e i 4000K.
LUCE AMBIENTE. Termine con il quale normalmente si indica la luce (naturale o artificiale) esistente in un ambiente opposta a quella creata o modificata artificialmente dal fotografo. Ovvero la situazione di ripresa in cattive condizioni di illuminazione.
LUCE ARTIFICIALE. Illuminazione generata da flash elettronici o da lampade, usata negli studi. Viene impiegata anche in esterni per controllare le ombre ed il contrasto o quando quella naturale è insufficiente .
LUCE ATTINICA. Con questo termine si indica la capacità della luce di modificare lo stato dei materiali sensibili ad essa esposti. Sono più attinici degli altri i raggi della zona blu-violetto.
LUCE BIANCA. Illuminazione contenente tutte le lunghezze d’onda (radiazioni) dello spettro visibile che è compreso tra 400 e 700nm.

LUCE DI CONTORNO. Sorgente luminosa secondaria usata per delineare una piccola porzione del soggetto e per dare risalto ad elementi dello stesso.

LUCE DI RIEMPIMENTO. E’ quella sorgente (flash o lampada) che viene usata per rendere più chiare le zone in ombra, senza causarne di nuove. Deve essere più debole (1/2 o 1/4) di quella principale.
LUCE DI SICUREZZA. Si intende quella fornita dalle lampade per camera oscura. Inattinica, non ha effetto sul materiale fotosensibile. La luce di sicurezza rossa o giallo-verde è la classica fonte di illuminazione utilizzata per il trattamento della carta da stampa in bianco e nero. La luce rossa è invece adatta al trattamento del materiale ortocromatico.
LUCE FREDDA. E’ quella prodotta da una speciale lampada fluorescente utilizzata in alcuni ingranditori professionali. Essendo estremamente diffusa e morbida, consente di ridurre l’effetto dei granelli di polvere o di graffi eventualmente presenti sul negativo. Lampade a luce fredda vengono anche usate per illuminare i set fotografici e in studio. Il vantaggio sta nella potenza a basso consumo e nella bassa temperatura di esercizio.
LUCE INCIDENTE. Si considera quella che cade direttamente sul soggetto proveniente da una sorgente luminosa naturale o artificiale.
LUCE PARASSITA. Viene prodotta dai riflessi che si verificano tra le lenti dell’obiettivo e che, pur raggiungendo la pellicola, non produce immagine. Per questo motivo, la luce parassita (o flare) comporta un notevole abbassamento del contrasto dell’immagine.
LUCE PENNELLATA. Illuminazione ottenuta sfruttando una piccola lampada come un pennello di luce con il quale si possono eseguire effetti di luce localizzati. In questo caso, l’esposizione va eseguita con l’otturatore aperto su posa.
LUCE POLARIZZATA. Le radiazioni luminose vibrano in tutte le direzioni, ma quando la luce è polarizzata essa vibra su un unico piano. Ciò accade o dopo che la luce si è riflessa su una superficie lucida non metallica (acqua, vetro, vernice) oppure se filtrata attraverso un filtro polarizzatore.
LUCE PRINCIPALE. Sorgente luminosa base usata come illuminazione generale di un set. E’ solitamente la luce più viva ed intensa, che serve a definire le ombre e quindi il carattere dell’immagine.
LUCE RIFLESSA. Porzione di luce che viene riflessa verso l’obiettivo dai soggetti illuminati da una sorgente luminosa.
LUCE SPOT. Sorgente luminosa che emette un fascio di luce concentrato su di un’area ristretta.
LUCE UV. Settore dello spettro luminoso situato oltre il violetto. E’ invisibile all’occhio umano, ma ha forti effetti sulle pellicole fotografiche. Presente ad alta quota in montagna, si estende da 300 a 400nm.
LUMINANZA. Indica l’intensità luminosa riflessa da una superficie. Il suo valore non cambia con la distanza. La legge dell’inverso del quadrato, infatti, non si applica alla luminanza in quanto la caduta di luce viene compensata da un aumento proporzionale della superficie. La luminanza viene misurata in candele per metro quadrato (cd/m2).
LUMINOSITA’. Viene così definita l’apparente intensità di una sorgente di luce. Si tratta di un valore soggettivo non misurabile a causa della capacità di adattamento dell’occhio umano. Il termine viene usato anche per indicare l’apertura massima relativa di un obiettivo.
LUNGHEZZA D’ONDA. Misura delle radiazioni elettromagnetiche all’interno dello spettro; il blu ha una lunghezza d’onda di 450nm, il verde di 550nm, il giallo di 600nm, l’arancione di 650nm ed il rosso di 700nm.
LUNGHEZZA FOCALE. Distanza compresa tra l’immagine nitida prodotta e la lente, quando è a fuoco un soggetto all’infinito. Nel caso degli obiettivi, è la distanza tra l’immagine sul piano focale ed il punto nodale posteriore dell’obiettivo.
LUNGHEZZA FOCALE EQUIVALENTE. Nonostante le dimensioni del sensore nelle fotocamere digitali varino molto, i produttori indicano le lunghezze focali degli obiettivi intercambiabili per le reflex digitali sempre sulla base delle dimensioni di un fotogramma classico 24x36mm. Tuttavia, mentre la lunghezza focale resta immutata qualunque sia il formato del sensore, cambia l’angolo di campo utile. Più il sensore è piccolo rispetto al formato 24x26mm più l’angolo di campo utile diminuisce facendo virtualmente crescere la lunghezza focale. Per chiarezza, moltiplicando la focale vera per il fattore relativo al formato del sensore di una certa fotocamera si ottiene una lunghezza focale equivalente che consente di individuare, abituati alla fotografia 35mm, il tipo di effetto dell’obiettivo.
LUT (Look Up Table). Palette con il numero di colori usati nell’immagine.
LUX. Unità di misura europea della luce incidente. E’ pari all’illuminamento prodotto su una superficie posta ad un metro da una candela.
LZW.(Lempel-Ziv-Welch). Routine di compressione senza perdita di informazioni incorporata nel formato file TIFF.

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